I ministri degli Esteri dei 27 Paesi hanno lanciato un appello alla de-escalation nel conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele, chiedendo “la massima moderazione” e il pieno rispetto del diritto internazionale.
In un comunicato congiunto diffuso al termine di una videoconferenza straordinaria dei ministri degli Esteri convocata dopo l’intensificarsi delle operazioni militari e delle ritorsioni nella regione, i Paesi UE hanno sollecitato la protezione dei civili e il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale umanitario.
I ministri UE hanno inoltre condannato gli attacchi iraniani contro diversi Paesi della regione, definendoli una violazione della loro sovranità e invitando Teheran ad astenersi da azioni militari indiscriminate.
Il testo riflette anche le crescenti preoccupazioni economiche. L’eventuale interruzione delle forniture energetiche e delle catene di approvvigionamento è considerata un rischio concreto. In particolare, i Paesi UE hanno messo in guardia contro possibili ripercussioni sulla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico petrolifero globale. Un’ulteriore escalation, si legge nella dichiarazione, potrebbe avere conseguenze imprevedibili non solo per il Medio Oriente ma anche per l’Europa e per l’economia internazionale.
Come sottolinea Reuters, la posizione comune è frutto di un equilibrio delicato tra sensibilità diverse all’interno del blocco, che rappresenta circa 450 milioni di cittadini. Alcuni governi hanno adottato toni più cauti nei confronti di Washington e Tel Aviv. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che questo non è il momento di “dare lezioni” a partner e alleati. Di diverso avviso il premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha espresso una netta contrarietà all’azione militare statunitense e israeliana, ritenendola un fattore di ulteriore instabilità dell’ordine internazionale.
Secondo quanto riferisce una nota di Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto contatti con i leader della regione mediorientale, a partire dalle conversazioni telefoniche intercorse con il Re di Giordania e il Sultano dell’Oman. Come precisa la nota, i contatti odierni, “si aggiungono ai numerosi contatti già avuti nella giornata di ieri con le restanti autorità delle nazioni del Golfo”. Meloni ha inoltre avuto colloqui con la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e con il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in qualità di presidenza di turno dell’Unione Europea.
Diplomatici UE hanno riferito a Reuters, che il margine di influenza dell’Unione sugli sviluppi immediati della crisi è limitato, soprattutto nel breve periodo. Tuttavia, la convinzione condivisa è che le ricadute del conflitto – sul piano della sicurezza, dell’energia e dei mercati – potrebbero incidere profondamente anche sul continente europeo, rendendo urgente uno sforzo coordinato per evitare un allargamento dello scontro.
Intanto, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ieri insieme al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, aveva invitato tutte le parti alla “moderazione”, ha chiesto domenica all’Iran di abbandonare la sua costituzione islamista autoritaria e di effettuare “una transizione credibile” verso la democrazia dopo la morte della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.
“È urgentemente necessaria una transizione credibile in Iran”, ha scritto von der Leyen su X dopo una telefonata con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al-Thani, fino ad oggi uno dei più stretti partner di Teheran nell’area del Golfo, ma che ha viso il suo territorio colpito dalla rappresaglia iraniana a causa della presenza della grande base USA di Al Udeid.
“Ciò deve significare l’interruzione dei programmi nucleari e missilistici militari dell’Iran e la fine delle azioni destabilizzanti in aria, terra e mare. Soprattutto, deve riflettere e sostenere le aspirazioni democratiche del coraggioso popolo iraniano”, ha affermato la presidente della Commissione UE.
Una escalation dagli effetti imprevedibili
L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata in una fase nuova e potenzialmente destabilizzante dopo l’operazione militare congiunta lanciata sabato 28 febbraio e proseguita domenica primo marzo con nuove ondate di raid, mentre Teheran ha risposto con missili e droni contro obiettivi israeliani e contro asset e basi statunitensi e degli alleati nella regione del Golfo. La situazione sul campo resta particolarmente fluida con risvolti imprevedibili soprattutto dopo la conferma ufficiale della morte della Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei al potere dal 1989, e di altri esponenti di spicco dell’attuale e della passata leadership iraniana, tra cui l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad.
L’offensiva congiunta USA-Israele apre un nuovo capitolo nell’intervento statunitense in Medio Oriente e apre la prospettiva di una guerra più ampia nella regione e di mesi di caos. Quella lanciata il 28 febbraio è la seconda grande operazione militare in otto mesi contro l’Iran condotta dall’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump.
Domenica, Trump ha dichiarato gli Stati Uniti continueranno a colpire l’Iran “con una forza mai vista prima” nel caso di una rappresaglia su vasta scala a seguito della morte di Khamenei.
“Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto”, ha scritto Trump in un post sui social media. “Non è riuscito a sfuggire ai nostri sistemi di intelligence e di tracciamento altamente sofisticati e, lavorando a stretto contatto con Israele, non c’era nulla che lui, o gli altri leader che sono stati uccisi insieme a lui, potessero fare”, ha aggiunto.
“Questa è la più grande opportunità per il popolo iraniano di riprendersi il proprio Paese. Abbiamo sentito dire che molti dei loro [Guardie della Rivoluzione Islamica], militari e altre forze di sicurezza e di polizia non vogliono più combattere e chiedono l’immunità da noi”, ha scritto Trump. L’esercito israeliano ha inoltre dichiarato che almeno sette alti funzionari della difesa iraniana sono stati uccisi durante la prima ondata di attacchi aerei statunitensi e israeliani contro la nazione islamica.
Nel suo post su Truth Social, Trump ha affermato che i “bombardamenti pesanti e mirati” dell’Iran “continueranno ininterrottamente per tutta la settimana o finché sarà necessario per raggiungere il nostro obiettivo di PACE IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE”.
In una successiva intervista rilasciata all’emittente Nbc News, Trump ha rivelato che funzionari iraniani vogliono parlare con gli Usa e “stanno già parlando”, restando però vago sulla possibilità di interrompere gli attacchi in caso di eventuali negoziati. Nell’intervista, Trump ha anche spiegato che gli attacchi contro l’Iran sono stati lanciati perché Teheran non era disposta a fermare il proprio programma nucleare. “Non erano disposti a dire che non avrebbero avuto un’arma nucleare”, ha aggiunto Trump.
Il presidente americano ha poi ribadito che l’operazione ha portato a molti risultati “positivi”, in particolare la decapitazione della leadership con ben 48 esponenti di spicco del regime che sarebbero stati uccisi durante i raid, tra cui la guida suprema Ali Khamanei.
L’operazione, che il Pentagono ha indicato con il nome “Operation Epic Fury”, ha avuto una portata ampia fin dalle prime ore. Secondo quanto riporta Reuters e altri media internazionali, Stati Uniti e Israele hanno colpito con più ondate infrastrutture e siti militari, con l’effetto immediato di allargare lo scontro e di innescare ripercussioni su rotte aeree, navigazione e mercati energetici, in particolare attorno allo Stretto di Hormuz.
Nelle ricostruzioni del Washington Post e di altre fonti, la scala degli obiettivi e la sequenza delle “ondate” di attacco sono presentate come elementi centrali della strategia di “pressione massima” sulla leadership iraniana.
Sul terreno, il bilancio umano resta fluido e controverso, anche perché le cifre cambiano con l’arrivo di nuovi riscontri. Associated Press parla di oltre 200 iraniani uccisi negli attacchi, includendo anche funzionari di alto livello, e riporta che una delle stragi più gravi avrebbe colpito una scuola femminile nel sud del Paese, con oltre 160 morti secondo quanto attribuito a autorità e media locali. AP segnala inoltre le prime vittime statunitensi: tre militari americani uccisi, indicati come le prime perdite USA note dall’inizio del conflitto.
La risposta iraniana si è articolata su più direttrici e ha coinvolto diversi Paesi dell’area, oltre allo Stato di Israele. Ad essere colpiti con droni e missili sono stati in particolare i Paesi del Golfo a dove hanno sede le principali basi statunitensi e di Paesi alleati. Reuters riferisce che gli attacchi iraniani hanno prodotto vittime non solo in Israele, ma anche nel Golfo: nel suo aggiornamento di domenica primo marzo l’agenzia riporta morti in Israele, oltre a vittime negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait, in un quadro di ritorsioni che rischia di avere effetti imprevedibili.
I servizi di soccorso israeliani hanno dichiarato che nove persone sono state uccise e 28 ferite in un bombardamento che ha colpito una sinagoga nella città centrale di Beit Shemesh, portando il bilancio complessivo delle vittime nel paese a 11. Undici persone risultano ancora disperse dopo l’attacco, ha riferito la polizia secondo quanto riportano i media israeliani.
I missili iraniani hanno anche coinvolto Cipro sede delle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia. Secondo quanto confermato dallo stesso ministro della Difesa britannico, John Healey, due missili iraniani sono stati lanciati in direzione di Cipro, precisando tuttavia che il governo di Londra non ritiene che le basi siano state prese di mira intenzionalmente. Il ministro ha però osservato che “ciò dimostra quanto indiscriminata” sia stata la risposta iraniana agli attacchi di sabato tra Stati Uniti e Israele.
A Teheran si prepara già il post Khamenei
A Teheran, la morte della Guida suprema ha aperto un vuoto di potere che le autorità dicono di voler gestire con una transizione rapida con l’entrata in funzione di un consiglio di leadership temporaneo che dovrebbe garantire continuità istituzionale fino alla designazione del successore. Su questo passaggio, diverse fonti riportano dichiarazioni del presidente Masoud Pezeshkian secondo cui l’organismo provvisorio “ha iniziato il suo lavoro”, formula ricondotta anche all’impianto costituzionale iraniano.
L’ayatollah Alireza Arafi, membro di un potente organo di controllo costituzionale, è stato nominato domenica nel consiglio temporaneo, i cui altri due membri sono il presidente Pezeshkian e il presidente della Corte suprema Gholam-Hossein Mohseni-Ejei.
Secondo l’articolo 111 della Costituzione iraniana, il consiglio di transizione governerà il Paese finché un comitato di 88 membri, denominato Assemblea degli esperti, non sceglierà un nuovo leader supremo dopo quasi 37 anni di governo di Khamenei.
Il suo assassinio, avvenuto sabato per mano delle forze congiunte degli Stati Uniti e di Israele, ha sollevato interrogativi cruciali sul futuro dell’Iran.
Sebbene il consiglio direttivo governerà nel frattempo, l’Assemblea degli esperti “deve, il prima possibile”, eleggere un nuovo leader supremo, secondo la costituzione iraniana.
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha combinato due registri: da un lato il richiamo al diritto di difesa, dall’altro l’apertura – almeno nelle formule – a iniziative per fermare l’escalation. In un’intervista citata da ABC News, Araghchi dice che l’Iran sta “difendendo se stesso” e rivendica un “diritto legittimo” alla risposta, replicando agli avvertimenti di Trump.
In parallelo, la stampa (via comunicato del ministero degli Esteri dell’Oman, mediatore dei colloqui) riporta che Araghchi avrebbe dichiarato di essere “aperto” a “seri sforzi” per fermare l’escalation e tornare alla stabilità, pur nel pieno delle operazioni militari in corso. Sul piano formale, una nota pubblicata dal ministero degli Esteri iraniano ribadisce che Teheran considera le basi e gli asset delle “forze ostili” nella regione come obiettivi militari legittimi nel quadro del diritto di autodifesa richiamato dall’Articolo 51 della Carta ONU.

